Un anno di Scuola Diffusa al Laboratorio Aperto di Reggio Emilia

Questa esperienza è servita per aiutare i ragazzi a capire quanto essere immersi in un contesto di enorme bellezza, artistica e storica, aggiunga valore al loro cammino di crescita all’interno del percorso di scuola secondaria di primo grado

Un anno di scuola si è concluso, un anno particolare che il Comune di Reggio Emilia ha deciso di affrontare cercando soluzioni basate sulla propria esperienza e sulla propria storia. Infatti, già in passato la scuola è stata il punto di partenza per creare e ricreare il senso di comunità dei quartieri e delle frazioni.

A settembre 2020, la scuola ha riaperto con un modello di “Scuola Diffusa” dove alcuni spazi pubblici sono stati dedicati alla didattica; il Laboratorio Aperto dei Chiostri di San Pietro è stato uno di questi.

Grazie a investimenti economici e organizzativi si è riusciti a garantire a tutti gli alunni il diritto alla scuola in un momento in cui la pandemia da Covid-19 ha imposto nuovi stili di vita e nuove misure di sicurezza.

La sinergia di più realtà del territorio, un vero e proprio patto educativo di comunità firmato in accordo con i dirigenti scolastici, ha fatto sì che due classi dell’Istituto Comprensivo Leonardo Da Vinci abbiano potuto seguire le lezioni in uno degli spazi culturali più significativi della città, accedendo così a nuove possibilità di didattica e apprendimento.

Abbiamo dialogato con Elisabetta Fraracci, Dirigente Scolastico dell’Istituto Da Vinci, a proposito dell’esperienza vissuta, con uno sguardo all’anno scolastico appena trascorso ma soprattutto a quello che potrà portare in futuro questa inattesa ma proficua collaborazione.

Le tematiche affrontate durante la nostra chiacchierata sono state davvero tante e tutte importanti; abbiamo parlato di outdoor education, tecnologie digitali e competenze interdisciplinari ma il concetto che più di tutti teniamo a evidenziare è quello che valorizza la bellezza come motore per la crescita dell’individuo e della comunità che lo educa.

Vi proponiamo qui la nostra conversazione sulla prima esperienza di Scuola Diffusa ai Chiostri di San Pietro. Buona Lettura!

 

LABORATORIO (LAB) – Ci racconta la vostra esperienza di Scuola Diffusa ai Chiostri? Qual è stato il bisogno a cui il Laboratorio Aperto ha dato risposta e quali sono i bisogni che ancora oggi permangono?

EF – Il primo bisogno e pertanto il nostro primo pensiero è stato garantire a studenti e famiglie il rientro a scuola, in presenza, rispettando il distanziamento e salvaguardando la sicurezza di tutti. La ripartenza è stata possibile grazie al dialogo con l’Amministrazione Comunale. Entrambi (leggi: Scuola e Amministrazione) eravamo consapevoli che si sarebbe trovato con certezza il modo per ripartire.

Una volta trovate le collocazioni per le classi ci siamo occupati delle difficoltà insite nel processo di accettazione del cambiamento, rispondendo al bisogno di assestamento delle famiglie che avevano i propri figli collocati su nuove e diverse sedi.

Non posso non pensare anche alla capacità di adattamento e di flessibilità dimostrata dai docenti in questi mesi: penso, per esempio, agli insegnanti di scienze motorie che hanno utilizzato l’area cortiliva dei Chiostri di San Pietro come un’aula didattica decentrata per l’outdoor education.

Quando le novità, con il passare del tempo, sono state accettate e si sono trasformate nelle nuove consuetudini, abbiamo cominciato ad avvertire l’esigenza di riflettere su come vivere la scuola in contesti che non siano tradizionalmente “la scuola”.

Ritengo che si sia trattato del progressivo incremento di una consapevolezza che, scaturita da una situazione di emergenza, ha poi creato una particolare attenzione verso il contesto che ci circonda (leggi: i Chiostri di San Pietro), che devo dire è stato particolarmente apprezzato e la cui bellezza ha generato valore aggiunto all’esperienza.

Il nostro impegno adesso è approfondire maggiormente la conoscenza del luogo e lasciarci anche un po’ contaminare dalla progettualità offerta dal Laboratorio Aperto.

 

LAB – Questa esperienza ha avuto un ruolo trasformativo sia per la scuola che per i soggetti ospitanti: per quanto ci riguarda, ospitare in modo permanente due scuole ha trasformato il volto del Laboratorio, nella sua missione e nella sua progettazione. E per quanto riguarda la scuola?

EF – Credo che per le nostre realtà sia stata una vera opportunità per rimettersi in gioco e ripensarsi, che rappresentano anche due di quelle “life skill” che dal punto di vista formativo la scuola ha il compito di sviluppare nei ragazzi. Lo stesso è stato per l’Istituto e per gli insegnanti che hanno dovuto ripensare il loro modo di proporre le attività.

Per quanto riguarda i luoghi che hanno ospitato la scuola, probabilmente sarebbero rimasti chiusi, negli ultimi mesi, diventando dei non-luoghi. La scuola ha dato vita e rianimato questi contesti e forse ha fatto sì che chi li gestisce si sia rimesso in gioco nel ripensarli, per potersi aprire quotidianamente ad un’esperienza scolastica: replicare questa esperienza, scalandola, potrebbe essere la grande sfida del futuro per la scuola, per gli enti e per chi governa questi spazi.

Certo è che tutto questo è stato possibile solo grazie alla disponibilità di chi ci ha ospitato a rimettersi in gioco e a dialogare. Perché, comunque, sono innegabili alcune difficoltà nel co-abitare uno spazio che originariamente nasce con altre finalità e magari ha delle proprie peculiarità gestionali che vanno ridefinite.

 

LAB – Il Laboratorio aperto è un luogo pensato per sviluppare e diffondere soluzioni innovative che rafforzino i legami sociali e producano impatto sociale positivo. Questa esperienza di scuola diffusa può essere vista come una sorta di palestra di coesione sociale: c’è, infatti, una convivenza di diverse organizzazioni imprenditoriali come, per esempio, la caffetteria Food In Chiostri e il Laboratorio Aperto e poi c’è la scuola, un attore educativo. Questa convivenza ci ha richiesto di ridefinire i “confini” e di dotarci di regole nuove di condivisione degli spazi e dei mondi. Cosa ne pensa?

EF – Anche per la scuola è stato lo stesso, condividere gli spazi non è sempre stato semplice; penso, ad esempio, a quando anche la parte monumentale ha ripreso la sua funzione culturale e, finalmente, sono ricominciati gli eventi. Come scuola, abbiamo dovuto rinunciare ad alcuni degli spazi che fino a quel momento erano stati a nostra disposizione.

Inoltre, per fare un altro esempio, in questo luogo ci sono molte vetrate e, inizialmente, gli insegnanti erano un po’ preoccupati per il movimento creato dal passaggio o dalla caffetteria. Però, nel momento in cui c’è stata la necessità di concordare alcune azioni in merito alla gestione dello spazio, abbiamo trovato grande collaborazione e dialogo. Possiamo affermare di aver lavorato tutti per il bene comune, perché quello dei Chiostri è un luogo di tutta la città.

 

LAB – Pensando al futuro, un’ultima domanda sull’integrazione del digitale come linguaggio per l’educazione e la didattica. Secondo lei, di cosa hanno bisogno gli spazi che accolgono la scuola (che siano istituti scolastici o no, come il nostro Laboratorio)?

EF – La sfida digitale, almeno in alcuni Istituti come il nostro, è sicuramente partita prima dell’arrivo della DAD; quest’ultima però ha sollecitato tutti a confrontarsi con la dimensione digitale.

Da ora in poi, la commistione fra didattica in presenza e digitale sarà inevitabile quindi bisogna fare un ulteriore passo avanti per il cambiamento, per entrare nell’ambito di alcune tematiche e discipline con uno sguardo sulla trasformazione che il digitale può operare, oppure su come il digitale può influire nella lettura della realtà; penso, ad esempio, a tutte le esperienze di realtà aumentata.

Penso anche alla possibilità di indagare fenomeni scientifici attraverso il digitale quindi alla sfida delle STEM, (Science, Technology, Engineering and Mathematics); il Ministero punta molto su questo ambito nei confronti di tutti gli studenti ma soprattutto delle ragazze.

Il digitale ci aiuta a mettere in dialogo gli insegnamenti, in una dimensione interdisciplinare che però dovrà sempre più tenere conto in partenza della componente digitale. Non sarà semplice arrivare fino a qui ma potrebbe essere davvero un’opportunità da cogliere per un nuovo slancio.

Tutti gli studenti dell’Istituto Da Vinci beneficeranno sicuramente di una futura collaborazione con il Laboratorio Aperto che potrà rappresentare un luogo dove indagare e pensare insieme nuove modalità e competenze che arricchiscano la proposta educativa. Sarà un dialogo che crescerà nel tempo e necessiterà di imparare a co-progettare insieme.